La depressione danneggia alcune zone del cervello

Una nuova ricerca mette a riposo un mistero vecchio di decenni, dimostrando che la depressione prolungata provoca danni al cervello, e non il contrario.

Fiona Macdonald, in un post pubblicato su Science Alert, riporta le dichiarazione di un team internazionale di scienziati che ha scoperto come la depressione possa portare al restringimento, reversibile, nell’ippocampo, la regione del cervello responsabile per la formazione di nuovi ricordi. In molti pensano che tale danno possa provare cambiamenti emotivi e comportamentali, ma i risultati della ricerca suggeriscono che la depressione sia la causa e non l’effetto.

Gli scienziati sanno da tempo che il restringimento nell’ippocampo svolge un ruolo nella depressione, ma i risultati per sapere che sia venuto prima erano fino ad ora stati inconcludenti.

Lo studio ha esaminato la risonanza magnetica del cervello di oltre 9.000 persone, e ha scoperto che nelle persone depresse prima dell’età di 21 anni e in coloro che avevano avuto episodi depressivi ricorrenti le dimensioni dell’ippocampo risultano significativamente inferiori rispetto alle persone che non hanno mai avuto episodi ripetuti di depressione.

Sostiene uno dei ricercatori che hanno partecipato allo studio, Ian Hickie, dell’Università di Sydney in Australia: “Coloro che hanno avuto un singolo episodio depressivo non hanno un ippocampo più piccolo, quindi non è un fattore predisponente, ma una conseguenza dello stato di malattia“.

Non sembrano esserci applicazioni cliniche immediate dello studio, ma la ricerca potrà aiutare gli scienziati a comprendere meglio il puzzle che è la depressione, e, si spera, a poter utilizzare tale conoscenza per sviluppare migliori trattamenti.

L’aspetto più promettente della ricerca è legato al fatto che il danno fisico causato dalla depressione è reversibile.”L’ippocampo è una delle più importanti aree di rigenerazione del cervello“, ha aggiunto Hickie.

Leggi l’articolo completo, in inglese, sul sito di Science Alert

La ricerca è stata pubblicata su Molecular Psychiatry

Science Alert
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